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IN RICORDO DI TULLIO
Dovere parlare di
Tullio Casale, devo dire la verità, mi provoca un po' di imbarazzo.
Parlare di lui si corre sempre il rischio di cadere facilmente nella
retorica,che lui aborriva, oppure, dato che ci ha lasciati per
sempre, di fare il panegirico di un uomo politico di parte, cosa che
altrettanto ripudiava, perché pur essendolo, non l'ha mai voluto
fare pesare né fuori né dentro le sedi politiche. Potremmo perfino
cavarcela dicendo che 'sono sempre i migliori che se ne vanno', il
che per la sua personalità finirebbe per essere addirittura
umiliante.
No, il nostro compagno ed amico Tullio Casale merita molto di più.
Tullio ci ha lasciati, quasi inaspettatamente, quasi di soppiatto,
il 18 aprile di questo 2008, senza vedere la trasformazione della
politica dei mesi successivi con la rinascita del governo di
centrodestra e lo scempio radicale della sinistra. Gli avrebbe fatto
particolarmente male la debacle del suo partito socialista a cui era
da sempre iscritto e di cui fu uno dei leader più assidui e
preparati.
Era ammalato, è vero, da molto tempo ormai, però la sua carica
umana, il suo entusiasmo, nonostante le difficoltà della malattia e
dell'età, la sua passione politica erano rimaste intatte. Ci era
ancora da stimolo, per noi compagni da sempre, contro il nostro
scetticismo e perfino contro la nostra pigrizia.
Avevo conosciuto Tullio Casale tanti anni fa, quando militavo, da
studente, nella giovanile socialista e partecipavo come tutti i
giovani in quell'epoca appassionatamente ai dibattiti politici ed
elettorali. Mi aveva colpito di lui il suo aspetto pacioso,
tranquillo, anche durante le discussioni più accese. Non perdeva mai
le staffe, non ho mai visto Tullio alzare la voce o impuntarsi
violentemente pro o contro. Mi aveva colpito il suo argomentare: era
pieno di citazioni e di riferimenti sempre concreti e calzanti. Il
modo non era quello del politico parolaio, il cui discorso mira a
colpire l'uditorio con frasi mirabolanti e promesse altrettanto
vuote, bensì era ricco dell'ansia di chi cercava la strada più utile
per arrivare al risultato. Come uomo politico e leader di partito
era per questo alquanto sui generis, come lo era il magistero
sociale che aveva fatto di Giacomo Matteotti il padre del socialismo
moderno, divenuto pratica di vita e ricerca ansiosa
dell'affrancamento sociale per la dignità dell'uomo integrale. Se si
potesse dire, Tullio era un epigono di quel magistero, era per certi
aspetti e per gli interessi culturali un umanista alla maniera
classica. La persona, nella debolezza e nella dignità, dalla
politica non andava mai persa di vista. Essa resta lì e deve essere
al centro della prassi amministrativa e politica da cui dipende
appunto la sua dignità e la sua libertà.
Questa è anche la lezione lasciataci in eredità da Giacomo
Matteotti: l'informazione, l'educazione, la scuola, il
riconoscimento di diritti oltre che di doveri, sono le vie per
l'affrancamento sociale della persona. La concessione di diritti,
umilia; il riconoscimento di diritti, affranca.
Era innamorato, Tullio, di quest'idea di socialismo, ed era per ciò
uno dei massimi conoscitori della vita e dell'opera di Giacomo
Matteotti ed era amico sodale dei figli del martire polesano, di
Matteo, di Giancarlo in particolare, anch'essi impegnati nella vita
politica, in quell'epoca, sulle sponde diverse del socialismo, uno
nel PSI di Pietro Nenni e uno nel PSDI di Giuseppe Saragat.
Tullio era di una disponibilità assoluta. Paziente, calmo, senza
retorica, privo di ambizioni politiche. Intendeva la sua militanza,
sempre imperniata sull'idea matteottiana di socialismo, come
servizio.
Gli incarichi di partito non erano mai sollecitati, ma se il partito
lo chiamava ad assumere qualche incarico, ciò lo considerava quasi
come un privilegio e non un diritto, come purtroppo troppo spesso
capitava ed è capitato anche dopo.
Conosceva, Tullio, i suoi limiti ed era cosciente del suo know
how. Per questo, forse, pur essendo un esperto ed uno studioso
di cose politiche, è rimasto sempre un militante del partito e non
ha avuto mai l'ambizione di fare il salto di qualità nella carriera
amministrativa e politica.
Chi l'ascoltava era coinvolto da quella sua voce calda, accogliente,
rotonda, senza inflessioni dialettali, pur essendo veneto di Casale
di Scodosia, nel padovano; da quel suo assecondare la voce con
gesti sobri delle mani e del corpo, che davano il segno della
pacatezza e del modo di ragionare.
Da giovane aveva coltivato il giornalismo e fatto studi di dizione e
aveva fatto per un po' di tempo l'annunciatore alla radio. Per le
vicissitudini della vita poi, non seguì la carriera del giornalista
radiofonico, ma quel modo di porsi che coinvolgeva chi l'ascoltava
gli rimase addosso come una caratteristica personale. Per vivere
fece l'impiegato come funzionario dell'INPS. Poco più anziano, nel
partito stava spesso con noi giovani socialisti, che in quegli anni
(erano gli anni '60) ci stavamo preparando alle ulteriori battaglie
ideali.
Vorrei dire che Tullio era per noi, oltre che il compagno
prestigioso, quasi un fratello maggiore, soprattutto un amico.Ultimamente
la malattia lo prostrava sempre di più e faceva ormai fatica a
muoversi. Ci convocava sempre più frequentemente a casa sua. Spesso
c'ero io, e poi Giancarlo Moschin, Gianni Massarente e sua moglie l'Angiolina,
Giuseppe Marangoni, Cesare Donzelli ed altri che di volta in volta
invitava perché, nonostante la malattia, sentiva il bisogno di
esserci, perché aveva bisogno di parlare di economia e di politica,
perché era preoccupato della gestione del Centro di Studi Sociali
"G. Saragat", che Matteo Matteotti aveva trasferito da Roma a Rovigo
dopo che si era ritirato a vita privata, e che aveva affidato a lui
come eredità ideale.
Tullio aveva bisogno di parlare del Partito Socialista, della
rivista "Archivio per la Storia", che avrebbe voluto più presente e
meno clandestina, dei compagni, delle scelte politiche del Partito
che vedeva troppo impastoiato nelle mene del potere e troppo
ripiegato su se stesso per essere la compagine politica a cui la
'storia aveva dato ragione'. Da qui a divenire poi forza attiva e
propositiva per la politica, di acqua ne doveva passare sotto i
ponti. Se non ci si liberava da questo orpello, pur glorioso, e non
si sapeva progettare il futuro, si stava solo a guardare gli altri
che passavano e ci lasciavano indietro. Come purtroppo è capitato.
Ci incontravamo là, a volte tutti insieme, a volte solo qualcuno di
noi, a casa sua, in via della Costituzione, accolti dalla moglie
Lorenza, finché fu in vita, poi dalle figlie. Nel suo studiolo,
letteralmente foderato di giornali, di libri di sociologia, di
storia e di politica, ci intratteneva in lunghe conversazioni; ci
passava lettere, documenti, libri, articoli di giornale del suo
archivio perché ricavassimo materiale per la rivista della quale ci
sollecitava il proseguimento della pubblicazione.
Questo periodico era di fatto un organo interno all'Istituto Saragat.
In origine era compilato quasi interamente da Matteo Matteotti, che
pure lo dirigeva; poi alla morte dei suo ideatore, fu seguito da
Tullio che continuava a chiederci materiale, articoli, fotografie ed
altro, qualche volta anche qualche contributo in denaro, per
preparare il numero. Eppure nei primi tempi usciva regolarmente in
fotocopia e veniva distribuito gratuitamente ai compagni
interessati. Non poteva entrare nel circuito delle pubblicazioni e
perciò venduto, perché mancava della necessaria registrazione e
soprattutto della tipografia dove stamparla. Era un foglio
fotocopiato fatto alla buona, in casa, quasi in clandestinità, con
intelligenza, ma con una buona dose di arte di arrangiarci; quello
che interessava era che viveva di dibattiti e di idee, soprattutto
sollecitate da Tullio. Spesso tutto questo diventava talvolta prassi
e fonte di iniziative per il partito. Purtroppo il Partito
Socialista, in cui Tullio continuava a militare, sembrava
abbastanza sordo alle sollecitazioni ideologiche che nascevano da
questa fonte.
Era questa caparbietà di Tullio che ci legava a lui, questa voglia
di dare slancio all'idea del socialismo democratico, che partiva da
lontano, da Giacomo Matteotti, per il quale vita sociale e prassi
politica dovevano essere un tutt'uno solidale, che sembrava sopirsi
sempre di più. La proposta veniva sempre dal Tullio politico
intellettuale, intriso del nuovo umanesimo che nasceva dalle letture
assidue dei testi storici di politica sociale e di sociologia
politica.
Fu il substrato culturale che lo sosteneva anche quando assumeva le
cariche politiche per conto del partito. Per almeno 40 anni, Tullio
fu un leader prestigioso ed ascoltato in Polesine. Ha fatto
l'amministratore pubblico, per molti anni fu presidente dell'Amtur
(l'azienda di trasporti pubblici), poi divenuta Polesine Bus,
distinguendosi sempre per la signorilità e la disponibilità, oltre
per la competenza e la lungimiranza.
Con la politica non si è fatto ricco. Non si è mai servito del
partito per arrivare più in alto. Era rimasto il funzionario
dirigente di un ufficio pubblico con la passione per la storia, per
il giornalismo e per la politica.
Era convinto che la politica era servizio, solo servizio agli altri.
Il cittadino è utente di servizi, non cliente. Da questo concetto
non si è mai staccato e cercava di farlo capire a noi tutti. Era e
rimase il funzionario dell'ente pubblico dove restò fino alla fine
ella carriera, professione che non abbandonò mai per dedicarsi alla
politica. Questa condizione di servitore dello Stato e di servitore
dell'Idea socialista, che talvolta implicavano abnegazione e
sacrificio, non la fece mai pesare né agli amici né al partito.Una
volta in pensione si dedicò al giornalismo, divenne lettore del
telegiornale di una televisione locale, restando fedele alla sua
immagine di uomo probo, intelligente, colto, fedele all'idea di un
socialismo dal volto umano fatto di servizio e di cose concrete,
dove ogni decisione deve essere considerata in vista di un
risultato, senza perdere tempo in mediazioni estenuanti e
discussioni infinite.
Ora Tullio il pacifico, Tullio il tollerante, Tullio il pragmatico,
Tullio il semplice, Tullio il raffinato intellettuale di sinistra,
Tullio il moderato ci ha lasciati per sempre. La sua voce calda e
suadente non si fa più ascoltare. Resta di lui il ricordo di un
uomo buon ed onesto, che ha lasciato un segno indelebile che è il
segno, come ebbe a dire un giornale locale, 'che lasciano le persone
grandi e umili allo stesso tempo.
Adriano Romagnolo
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